UrbanGenoma

Statue e memoria: il caso Montanelli

2020 – Luglio/agosto

Abbattere le statue:
l’etica è figlia del tempo?

 

È giusto mantenere i monumenti che ci hanno consegnato i nostri avi? Oppure è giusto abbatterli e sostituirli, quando non sono più allineati con i valori in cui crediamo? E chi deve decidere se i valori incarnati da personaggi o eventi sono diventati “negativi”?

di Chiara Maranzana e Rocco Ronza

 

Originariamente, l’attacco alla statua di Montanelli non ha valenza antifascista, né anticolonialista. Sia nel 2019 (rosa) che nel 2020 (rossa) la vernice denunciava l’amoralità dei suoi comportamenti sessuali nei confronti di una ragazzina eritrea acquistata dal padre – anche se, nel secondo caso, il “colore” di quest’ultima diventa cruciale, visto l’innesco internazionale legato alla campagna Black Lives Matter. Tuttavia, il problema, oltre che storico (si trattò di un ratto o di un matrimonio legale, più o meno rispettoso, per i tempi, della cultura locale?), è soprattutto etico-morale. Il presente (noi) può giudicare il passato sulla base dell’etica (pubblica) di oggi, come sostengono alcuni? O bisogna conservare tutto quello che ci arriva dal passato senza farlo oggetto di giudizi, come pensano molti? Ci vuole necessariamente una rivoluzione o una rottura che giunga alla violenza (come quella che ha cambiato i nomi delle piazze nelle capitali dell’Europa orientale o quelli delle città in molti paesi africani) per togliere statue e monumenti e cambiare nomi di vie?

Per comprendere il passato bisogna contestualizzarlo, dicono da sempre gli storici, altrimenti quello che è accaduto davvero scompare e rimane solo l’uso politico o “civile” della storia. Ma “comprendere” vuol dire anche “giustificare” e “assolvere”? Se applicassimo il criterio della piena conformità ai valori che prevalgono oggi, dovremmo abolire la stragrande maggioranza delle statue e dei nomi delle vie, almeno in una città come Milano in cui la toponomastica medievale sopravvive solo in piccola parte (nomi di famiglie nobili estinte e di santi legati ad una specifica confessione religiosa, peraltro): sparirebbero praticamente tutti, eccetto pochi visionari, spesso poco rilevanti per il loro tempo. Ma vogliamo veramente una città senza statue e senza passato – se non quello che si impone oggi come buono per la forza di una minoranza decisa o di una campagna internazionale, sulla base di criteri che potrebbero essere rovesciati tra qualche anno o nella prossima generazione?

Non è preferibile mantenere le statue e i nomi di quelli che hanno “fatto” il mondo e la città in cui siamo oggi, coloro la cui eredità si è dimostrata durevole e utile, anche al di là dei loro intenti originari? Questo è il merito “collettivo” che controbilancia anche eventuali comportamenti individuali non proprio specchiati. Non per la conformità completa dei loro valori a quelli che dominano oggi, né perché crediamo che il mondo che hanno contribuito a formare non possa evolversi o essere trasformato. Ma perché ciò che hanno creato mentre erano in vita (nazioni, viali, ospedali, stili architettonici, istituzioni educative e universitarie) sottende a quello che stiamo cercando di creare oggi. Il passato vive nel presente e lo innerva, che ci piaccia o meno. Il potere di modificarlo cresce nelle epoche segnate da grandi rotture rivoluzionarie (che, non dimentichiamolo, portano con sé anche violenze, vittime e traumi) ma non è mai totale. Il riconoscimento di questo fatto deve precedere la progettazione del futuro – che resta comunque un’operazione che richiede il consenso di tutti o almeno dei più, soprattutto in democrazia. Altrimenti l’alternativa è una serie di blitz legati a occasioni contingenti o peggio ancora una deriva dittatoriale morale, per cui qualche minoranza di illuminati decide cosa è giusto e cosa no. Fino alla prossima revisione.

 

Statue a Milano

Risorgimento soprattutto

di Chiara Maranzana e Rocco Ronza

 

Se si osserva la mappa dei circa 100 monumenti esistenti in spazi pubblici milanesi emergono delle linee di fondo che rivelano, più e meglio di qualsiasi analisi storica, il dna, l’heritage della città. Inutile cercare le statue e i gruppi marmorei rinascimentali e barocchi che dominano i centri di Roma o di Firenze: la vera storia inizia nella prima metà dell’Ottocento, quando a Brera viene esposto tutto il canone dell’illuminismo milanese: Beccaria, Pietro Verri, Parini, Cagnola. Ma è nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi del Novecento che la città, dentro i Bastioni e nella prima periferia, si riempie di bronzi di personaggi celebri (non ci sono donne), raffigurati nel severo stile figurativo dell’era vittoriana che ritroviamo in tutto l’Occidente: l’élite borghese e liberale, che sta trasformando la città sul piano urbanistico (è dal 1860 che prendono forma piazza Duomo, la Galleria, via Dante, il nuovo Castello, il Monumentale, S. Vittore…) e toponomastico (i nomi di patrioti ottocenteschi che ancora oggi punteggiano il centro storico) riconosce il suo debito verso i precursori neoclassici e i “patrioti” contemporanei: anno dopo anno, dal 1860 al 1924 si aggiungono ben 33 statue – di cui 12 nei Giardini pubblici di via Palestro scelti, insieme con il Famedio, come percorso di educazione civica per trasmettere e radicare i valori della Milano liberale. Una narrazione che si allarga e si sviluppa fino ai primi anni Venti, per lasciare poi spazio a quella fascista, più futurista ed eroica (il monumento a Francesco Baracca, del 1931) e più aperta, nello spirito delle Conciliazione mussoliniana, all’eredità cattolica (quello a S. Francesco in piazza Risorgimento, 1926).

Nel dopoguerra sembra che la città non sappia più a chi rendere tributi, oppure che abbia cambiato metodo. La classe dirigente post-fascista guida, fino alla crisi del 1992, l’espansione della città ma non è più in grado di imporre, come quella liberale, una narrazione condivisa: cessano le statue dedicate a singole persone. Tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta si celebrano le vittime della Seconda guerra mondiale (Gorla, l’Isola e i corpi d’armata (i Bersaglieri, i Carabinieri nel 1982). Negli anni Settanta, l’avvento del terrorismo e degli anni di piombo, che segna (e spacca) profondamente la città, complica e divide tutto. Gli eventi principali restano terreno di scontro e al massimo di targhe (qualche volta addirittura opposte, come per il caso Pinelli-Calabresi). Qualche vittima del terrorismo ottiene il suo monumento (il giudice Alessandrini) e lo stesso capita al presidente-partigiano Pertini e ad alcuni militanti di sinistra vittime delle violenze neofasciste (i monumenti “autogestiti” a Franceschi e Zibecchi e Varalli). Ma la Milano post-industriale preferisce identificarsi con eccellenze made in Italy come design e arte contemporanea. La differenza tra monumento e opera d’autore spesso sfuma, con l’autore che talvolta prevale sul soggetto (Mirò, Aldo Rossi, Cascella, Pomodoro, Cattelan).

L’unica eccezione è proprio Montanelli. La statua era stata voluta dall’amministrazione Albertini ed esprimeva la fragile base di consenso della Milano post-Tangentopoli – dall’An di governo, molto sensibile al tema della memoria storica espressa da monumenti e toponomastica, al Corriere moderato ma anti-berlusconiano, alla memoria della lotta al terrorismo. Una base spostatasi verso sinistra nella breve era Pisapia e solo parzialmente restaurata sotto l’amministrazione Sala, che ha già incontrato difficoltà nel gestire altre questioni di memoria pubblica (come la proposta di intitolare una via al discusso leader socialista Bettino Craxi e le contestazioni, di varia provenienza, sul nome di piazzale Cadorna e sugli interventi legati al Museo della Resistenza e al Monte Stella).

La proposta di UG

Nell’ultima contestazione alla statua di Montanelli del giugno 2020 sono emersi temi diversi, dalla difesa dei diritti delle donne alla lotta al razzismo, al giudizio sul colonialismo italiano). Esiste qualcosa di positivo nell’eredità condivisa della città, che possa essere riscoperto per promuovere questi valori? Partiamo da quello che c’è, ossia da ciò che Milano finora ha scelto di celebrare. Dall’indagine di Urban Genoma sulla distribuzione delle statue presenti oggi in città è risultato che lo zoccolo duro del patrimonio monumentale tuttora esistente risale all’era risorgimentale-liberale (1860-1922), ossia dopo l’Unità e prima dell’avvento del fascismo (è il periodo in cui sono nate la Borsa, la Galleria, il Cimitero Monumentale, l’Università Bocconi, il Politecnico di Milano). Su oltre 100 statue, quelle di questo periodo, sono circa 40. Se aggiungiamo anche quelle del periodo teresiano e napoleonico (1750-1814) arriviamo a quasi 60 distribuite tra il centro storico e i giardini di via Palestro. La loro presenza non è mai stata messa in dubbio, a riprova del consenso che circonda questo periodo come culla e matrice della Milano contemporanea.

Alla Resistenza finora sono state dedicate molte lapidi, ma poche statue. Lo stesso vale per il terrorismo, ricordato da episodi minori o scelti per ragioni contingenti. Dagli anni Novanta, le nuove statue sono di fatto opere di arte moderna: forse è il risultato di una sopravvenuta riluttanza a parlare della storia del capoluogo lombardo nel Novecento.

Sul tema dei diritti delle donne Milano vanta una tradizione di attivismo femminile e femminista nata alla fine dell’Ottocento che ha svolto un ruolo centrale nella costruzione della cittadinanza democratica e del welfare ambrosiano e attende ancora di essere celebrato adeguatamente. Aggiungere nei giardini di via Palestro una statua dedicata a una figura appartenente a questa tradizione potrebbe rispondere adeguatamente alla domanda di rinnovamento, arricchire la memoria collettiva della città e trovare un vasto consenso tra le forze politiche, nella cultura, nella società civile e nella popolazione.

Candidate possibili possono essere Elda Mazzocchi Scarzella, fondatrice nel 1945 di un celebre ricovero per madri sole vittime di violenza (il Villaggio della madre e del fanciullo) ed Ersilia Majno, fondatrice dell’Unione femminile e dell’Asilo Mariuccia, per ragazze vittime di incesti e stupri in famiglia, nel 1902.

Iconoclastia

La storia della iconoclastia è plurimillenaria. Non si contano le statue abbattute di uomini illustri, politici o di scene simboliche a ricordo di eventi storici. Oggi è in corso una vera e propria epidemia, che sembra aver infettato un certo numero di giovani indignati, arrabbiati e intolleranti contro alcuni simboli della cultura borghese d’Occidente, accusata di nefandezze molteplici. Il fatto, poi, che anche qualche membro delle forze di polizia di alcuni paesi abbia fatto di tutto per gettare ulteriore benzina sul fuoco con comportamenti criminali, ha aggravato il contagio, estendendolo per emulazione a macchia d’olio nel mondo occidentale.

Molteplici sono le cause delle crisi iconoclaste, ma mi pare che solo tre siano le ragioni principali del fenomeno: i tabù religiosi; la vendetta dei vincitori contro i vinti; o l’indignazione delle minoranze contro le pratiche e i valori della maggioranza.

Dei tabù religiosi non val la pena di parlare, almeno per le odierne società occidentali ultra-secolarizzate, dove la religiosità sopravvive per lo più a livello personale, e di tabù sembrano essersi perse completamente le tracce. Le vendette politiche sono sempre state di carattere episodico, dipendendo dalla infrequente caduta dei regimi, o da conflitti irrisolti. L’ultima in ordine di tempo, se non sbaglio, risale a domenica 28 settembre 2014, quando alcune centinaia di manifestanti nella piazza centrale di Kharkiv, in Ucraina orientale, abbatterono una grande statua di Lenin al canto dell’inno nazionale e allo sventolare delle bandiere ucraine. Annichilire l’effige del nemico, sperando di assoggettarlo alla dannatio memoriae, è ingenuo, per lo meno in quelle forme. Al tempo stesso, però, è anche liberatorio. È una sorta di partecipazione ideale alla sconfitta del tiranno o del nemico. C’ero anch’io, insomma, e l’ho abbattuto. Se la lotta è ancora in corso, quell’atto ha un significato quasi scaramantico, per facilitare la liberazione, o assume la forma della magia nera di un rito voodoo.

L’indignazione, invece, è merce abbondante nel mondo occidentale contemporaneo, almeno da quando la presa dei valori fondanti delle maggioranze stabili si è fortemente indebolita, e si è resa manifesta “la ribellione delle élite”, di cui ha parlato Christopher Lasch, ossia il volontario allontanamento delle classi privilegiate, sempre più cosmopolite e migratorie, dalle collettività che governano. Prive di una guida equilibrata e tendenzialmente onnicomprensiva, le maggioranze si sono frammentate, lasciando così spazio alle minoranze che, insieme, costituiscono ora una rumorosa maggioranza numerica, desiderosa di affermare solo i propri diritti, spesso rovesciando qualunque tavolo di confronto democratico. Ma su quali valori e quale storia condivisa può essere ricostituita la comunità di un paese, se ogni tribù ha i propri valori e la propria storia da riaffermare contro quelle degli altri?

Il tribalismo razziale, nel quale molte società occidentali stanno decostruendosi, non può che portare alla rovina di tutti, perché, contrariamente alla sua volontà di porre fine a tutte le forme del razzismo, approfondisce il solco tra gli uni e gli altri, rendendo impossibile il reciproco dialogo. L’ostracismo decretato contro molti docenti universitari e giornalisti statunitensi, inglesi e francesi non perfettamente allineati al mainstream sta a indicare che la misura è ormai colma, e che il fondamento stesso delle democrazie liberali sta vacillando paurosamente.

Alla decostruzione e impoverimento della storia attuale bisogna, invece, contrapporre il suo possibile arricchimento con altri valori positivi sinora trascurati. Non abbiamo bisogno di meno statue e monumenti, ma molti di più, affinché ciascuno, possibilmente, possa trovare i propri simboli valoriali riconosciuti pubblicamente. Il passato è un terreno ancora ampiamente da dissodare dal punto di vista storiografico. Occorre dare un senso alle molteplici testimonianze ancora sepolte. Molte di queste esprimono valori, a lungo ignorati dalla storia che conosciamo, e che oggi, invece, molti rivendicano giustamente.

Roland Barthes scriveva nel 1966 che “non c’è da stupirsi che un paese riprenda periodicamente gli oggetti del suo passato e li descriva di nuovo per sapere cosa ne può fare: si tratta, dovrebbe trattarsi, di procedimenti regolari di valutazione”. Le molte figure femminili che hanno contribuito a fare la nostra storia comunitaria, per esempio, sono state sinora dimenticate dalla cultura contemporanea. È anche per questo che dobbiamo riprendere in mano la questione. L’elenco di queste donne “positive” è molto più lungo di quanto si possa credere. Rendere loro pubblico omaggio significa stimolare la coesione comunitaria e allontanare il pericolo del tribalismo che per lo più è solo l’anticamera di conflittualità permanente.

Dunque, non meno statue, ma molte, molte di più in tutti gli spazi pubblici, affinché tutti i membri della comunità possano trovare riconosciuti i propri valori e possano anche riconoscere la legittimità di quelli degli altri, arricchendosi personalmente e condividendo con gli altri cittadini una storia comune del nostro passato.